COMUNICATO STAMPA

TIR IN RIVOLTA, CARIGLINO (AZIONE LAMEZIA): «IL SUD CHE PROTESTA E IL CASELLARIO DEGLI ALTRI»

 

Il presidente del Circolo sottolinea: “Lo Stato ha il dovere di garantire che le merci arrivino e che nessuno venga intimidito. Ha anche il dovere di non trattare un’intera categoria di lavoratori meridionali come un problema di polizia. Dieci giorni di Mezzogiorno fermo”

 

LAMEZIA TERME (CZ) –  24 OTTOBRE 2026 –  «Per dieci giorni, a metà ottobre, il Sud Italia si è fermato. Autotrasportatori, padroncini e agricoltori hanno presidiato porti, caselli e statali dalla Sicilia al Molise: Gioia Tauro, il molo Santa Lucia di Palermo, l’A30, la Jonica, la statale 85. In Calabria Fedralog aveva organizzato diciassette presidi in tutta la regione.  Il motivo non era un capriccio. Il gasolio alle stelle, costi di gestione cresciuti più delle tariffe, crediti d’imposta promessi e non ancora pagati, piccole imprese con due o tre mezzi Euro 3 ed Euro 4 escluse dai contributi. Lo ha ammesso, a protesta in corso, lo stesso ministro Salvini, parlando dei “piccolini” rimasti fuori dagli aiuti. Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto con aiuti per autotrasporto, agricoltura e pesca. Segno che le ragioni c’erano. Ma il modo in cui questa protesta è stata raccontata, e il modo in cui è stata trattata da una parte della politica, merita una riflessione».  Lo afferma Antonello Cariglino, presidente del Circolo Azione Lamezia Terme

Due piazze, due racconti

Cariglino aggiunge: «Negli stessi giorni, il 17 e 18 ottobre, Milano ha vissuto una guerriglia urbana: negozi saccheggiati in via Torino e in piazza Cairoli, 35 minorenni arrestati in un solo fine settimana. Per il weekend successivo il governo ha annunciato 500 paracadutisti della Folgore in città.

Quei fatti hanno occupato aperture di telegiornali, prime pagine e talk show per giorni. Giustamente: erano gravi. Ma il confronto è istruttivo. A Milano c’era una città devastata da gruppi di giovanissimi senza una piattaforma. Al Sud c’erano migliaia di lavoratori con richieste precise, scritte, trattabili.

Eppure il Mezzogiorno in piazza è entrato nel racconto nazionale quasi solo come problema: gli scaffali vuoti, le pompe a secco, i disagi. Si è parlato molto degli effetti della protesta e poco delle sue cause. E quando la protesta del Sud è finalmente diventata notizia di primo piano, lo è diventata come questione di ordine pubblico e di “infiltrazioni”».

 

Cosa dice la Costituzione

Il presidente di Azione Lamezia insiste: «La Costituzione non distingue tra cittadini con la fedina pulita e cittadini con un passato giudiziario quando si tratta di diritti fondamentali: Articolo 3: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali. Articolo 17: i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Articolo  21: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Articolo  27: l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, e le pene devono tendere alla rieducazione.

I carichi pendenti sono procedimenti in corso, non condanne: chi li ha è, per la Costituzione, innocente. I precedenti penali riguardano pene già inflitte, spesso già scontate. In nessuno dei due casi la legge toglie a un cittadino il diritto di stare in piazza a chiedere che il suo lavoro possa sopravvivere. Se un camionista con un vecchio precedente blocca un’autostrada, risponde del blocco, come chiunque altro. Non risponde del suo passato. E il suo passato non rende meno vero il prezzo del gasolio che paga».

Il casellario che nessuno controlla: quello degli elettori

 

Distinguere, non stigmatizzare