Vincono la Bulgaria e Israele
Lucia Lucente


Grande delusione, ieri, dinanzi alla edizione dell’Eurovision Song Contest, in cui si e’ assistito al lento svuotamento della musica, sacrificata sull’altare dello spettacolo globale.
Il palco appare, ormai, dominato da un’estetica dell’eccesso: vortici di luci, scenografie mastodontiche, effetti visivi studiati per catturare l’occhio e saturare i sensi. Il ritmo convulso e scatenato dei vincitori sembra idoneo all’ l’impatto immediato, all’istantaneità di un applauso consumato nel giro di pochi secondi. La melodia, la parola poetica, l’emozione autentica paiono, invece, arretrare, sommerse dal fragore di una macchina spettacolare, che privilegia il clamore alla profondità, l’apparenza alla sostanza.
La canzone non viene più ascoltata, bensì “consumata”, un bagliore effimero destinato a dissolversi rapidamente nel flusso incessante dell’intrattenimento contemporaneo.
Quest’ anno, però, il disagio più profondo non nasce soltanto dalla deriva artistica della manifestazione. A turbare molti, è stato, soprattutto, il risultato del televoto, che ha premiato Israele, mentre il mondo continua ad assistere all’orrore, che si consuma a Gaza, alle devastazioni in Cisgiordania e alle tensioni devastanti, che insanguinano il Libano.


Per molti spettatori, quel voto popolare ha assunto un significato, che travalica la semplice dimensione musicale. Non è apparso come un giudizio neutro sulla qualità di una performance, ma come il simbolo di una drammatica rimozione morale. Invece di isolare e condannare uno Stato accusato, da una parte consistente della comunità internazionale e da numerose organizzazioni umanitarie, di perpetrare azioni considerate, da molti, assimilabili a un genocidio contro il popolo palestinese, il televoto ha finito per premiarlo, consacrandolo davanti a milioni di telespettatori europei.
Ed è proprio questa immagine ad aver generato un senso di sgomento quasi irreparabile: mentre scorrono le immagini delle città ridotte in macerie, dei bambini estratti senza vita dalle rovine, degli ospedali devastati, della fame e della disperazione, che divorano Gaza, il palcoscenico europeo si illumina di applausi, consensi e celebrazioni verso i rappresentanti sionisti.
Rimosso il dolore di una nazione, dimenticati gli orrori, le mutilazioni, le devastazioni, la fame, le malattie del martoriato popolo palestinese, la negazione dei più elementari diritti umani. Il
palcoscenico premia i rappresentanti di una nazione , causa e responsabile di tutto ciò!
Molti hanno vissuto quel momento come una ferita etica, come il segno di un’umanità sempre più assuefatta alla sofferenza altrui. Un mondo fatuo, che si entusiasma davanti a una scenografia perfetta, ma che sembra perdere, progressivamente, la capacità di indignarsi dinanzi alla tragedia reale. La distanza tra il mondo luccicante dell’intrattenimento e quello devastato dalla guerra è apparsa improvvisamente abissale e intollerabile.
Naturalmente, nessuno può negare che la musica debba conservare la propria autonomia e che gli artisti non coincidano automaticamente con le responsabilità dei governi. Tuttavia, esistono momenti storici , nei quali la realtà irrompe con una tale violenza da rendere impossibile ogni separazione assoluta tra arte e coscienza. E questo è uno di quei momenti.
Perché la musica, quando è autentica, non anestetizza, risveglia. Non distrae dalla sofferenza, ma insegna a riconoscerla. Dovrebbe renderci più umani, più vulnerabili al dolore degli altri, più capaci di compassione. Dovrebbe opporsi all’indifferenza, non diventare la sua colonna sonora.
Ed è, forse, proprio per questo che questa edizione dell’Eurovision lascia dentro molti una sensazione cupa, simile a un lutto morale. Non soltanto per la percezione di una musica smarrita nel caos dello spettacolo, ma perché pare raccontare qualcosa di ancora più inquietante sulla nostra epoca , che applaude sotto le luci accecanti della ribalta, mentre, altrove, interi popoli continuano a morire nel silenzio, sempre più smarrito, della coscienza collettiva.