Viviamo in un limbo: non è pace, non è guerra. È un varco sospeso.
Lucia Lucente

L’Europa, per lungo tempo, culla di equilibri delicati e di quella ragione politica, che memore delle guerre del
passato , ambiva e mirava alla pace, oggi sembra scivolare in una zona crepuscolare, un chiaroscuro geopolitico, in cui è difficile comprendere se il giorno sia al tramonto o se, più semplicemente, la notte abbia difficoltà ad iniziare…Non è pace, non è guerra. È un varco sospeso.

In questo limbo la geografia morale e strategica del continente si distorce.
Gli Stati parlano di difesa, ma i loro arsenali si riempiono di armi; invocano la sicurezza, ma, nel frattempo, spostano — spesso impercettibilmente, ma sempre un po’ più avanti — la soglia del conflitto.
Nei documenti ufficiali si usa la grammatica della prudenza, però nelle manovre concrete militari, si indovina l’impazienza della forza. Qualcosa, nel cuore dell’Europa, ha iniziato a vacillare.
E’ una politica, che incontra difficoltà nel respirare, sospesa tra la necessità di preservare l’ordine e la tentazione di delegarlo alla logica delle armi.
Negli anni passati, il continente aveva saputo elaborare un modello di convivenza basato sulla deterrenza come ultima ratio; oggi, quella stessa deterrenza sembra voler diventare orizzonte ordinario, normalità amministrativa, quasi un carattere identitario. Così, mentre si dibatte di nuovi allargamenti, di missioni congiunte, di bilanci militari e di ridefinizioni dei confini, si insinua una nuova incertezza: la legittimità stessa del progetto.
Difficile prevedere da quale lato penderà questo equivoco storico.Tornerà la logica politica, con la sua capacità di costruire equilibrio dall’ascolto, dal compromesso, dalla lentezza necessaria alle decisioni responsabili oppure prevarrà l’ombra lunga della militarizzazione, che trasforma ogni problema in una minaccia e ogni minaccia in un bersaglio?


L’Europa è, oggi, un continente in attesa e, nell’attesa, maturano spesso i destini più fragili. Procediamo in un territorio minato, in cui tutto è reversibile, dove ogni passo potrebbe essere quello decisivo, sia verso la ricostruzione di un nuovo patto politico sia verso un punto di non ritorno.
E allora c’è necessità di un lavoro collettivo: vigilare, vedere, interrogare su quanto accade, non cedere alla narrazione dell’inevitabilità, non permettere che, nel chiaroscuro del presente, qualcuno ci dica che la guerra è l’unica risposta possibile solo perché noi, accecati dal crepuscolo, non abbiamo trovato le parole per prevenirla e scongiurarla.
Finché esisterà la possibilità stessa di scegliere, il crepuscolo non sarà inevitabile, sarà frontiera.
E dall’altra parte di una frontiera, lo sappiamo, da Europei, può sorgere l’ alba di un nuovo giorno!