“Fossimo stati palestinesi ci avrebbero uccisi”, il racconto dell’attacco dei coloni
Lucia Lucente


Fucili, bastoni, pistole;
poi calci, pugni, con una crudeltà, che non conosce limiti. Tre cooperanti italiani sono stati aggrediti in un villaggio della Cisgiordania, anche se sotto il dominio palestinese. Un episodio che, pur nella sua efferatezza, non è un’anomalia, bensì l’ esempio lampante di un clima, in cui la violenza sembra voler cancellare lo sguardo dei testimoni e la narrazione falsata sia quella del più forte.
Come di consueto, la giustificazione o le giustificazioni sono sempre le medesime: “ Se la sono cercata”, “Amici di Hamas”, “Ingenui in terra straniera”. È il consueto modo per deresponsabilizzare l’aggressore, ribaltando la colpa sulle vittime. Così operando, la realtà si deforma, trasformando l’orrore in opinione, e l’opinione in nebbia.Nel lessico occidentale colono appare come un eufemismo, una definizione neutra, che giustifica le azioni orribili compiute nei territori occupati. Eppure, gli attacchi a civili palestinesi — e, purtroppo, ora a cooperanti internazionali — mostrano, spesso, gruppi strutturati, armati, coordinati, lontani dall’immagine di isolati fanatici.
Persiste, invece, un doppio standard radicato: l’arabo è dipinto come estremista; l’ultraortodosso come figura folkloristica o “esuberante”, una distorsione, che impedisce di cogliere le responsabilità sistemiche e gli indicibili misfatti alla base dell’espansione coloniale. Nonostante i Palestinesi chiedano, costantemente, la condanna degli attacchi dei gruppi armati e dei loro crimini, da parte israeliana, raramente si chiede altrettanto al governo, che, di fatto, controlla, sostiene o non argina l’attività degli avamposti coloniali.
Nel frattempo, le vicende giudiziarie del premier Netanyahu, la recente richiesta di grazia per le accuse di corruzione scivolano in secondo piano, come se non avessero alcuna ricaduta su un sistema politico, che appare, sempre più, segnato da opacità, impunità e efferata crudeltà
In Palestina ogni ulivo, ogni terrazza di pietra, ogni vicolo è inciso da un secolo di contese. E in questa geografia della ferita, la violenza dei coloni sui cooperanti italiani non è che un pezzo di un puzzle più vasto, un episodio, che ricorda quanto fragile e minacciata sia la possibilità stessa di testimoniare.
Raccontare ciò che accade, senza timori e senza indulgenze, significa opporsi alla decadenza morale del nostro tempo. È un atto di responsabilità civile, l’unico antidoto possibile contro il buio, che la violenza vorrebbe imporre.
Se c è qualcosa, infatti, che la brutalità teme davvero, è la luce della parola libera, il gesto eroico di chi non distoglie mai lo sguardo, alla ricerca spasmodica della Verità e, soprattutto, della Libertà, quella libertà che
“va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.»