Nonostante i proclami di vittoria e le minacce apocalittiche degli USA, l’ Iran resiste.
Lucia Lucente

Dopo settimane in cui il Golfo è stato
una polveriera , pronta a esplodere sull’ intero pianeta e la retorica bellica ha sfiorato vertigini apocalittiche, degne di tragedie antiche, giunge imprevisto un annuncio: quattordici giorni di silenzio delle armi, che si spera possa essere preludio a una conclusione definitiva del conflitto. E’ da evidenziare, però, come spesso accade nelle stagioni più torbide della storia, che la realtà è ben diversa dai toni trionfalistici degli attori, soprattutto di Trump.
In loco, così come nell’arena delle percezioni globali, il conflitto restituisce un esito ben diverso da quello declamato. Le bozze dell’intesa, fatte circolare con discrezione e attribuite a una mediazione asiatica, delineano un quadro in cui la superpotenza, che aveva promesso ordine e supremazia, si trova, invece, a dover accettare condizioni , che sanno quasi di resa incondizionata.
Si parla di un impegno formale verso una stabilità duratura, della revoca delle misure .punitive, che avevano strangolato commerci e relazioni e, perfino, della disponibilità a risarcire i danni inflitti. Non solo: viene riconosciuto il diritto alla prosecuzione di programmi sensibili, quegli stessi, che erano stati indicati come casus belli.
Unica condizione imprescindibile la riapertura dello stretto di Hormuz, una delle maggiori arterie , che alimentano il mondo industriale, anche esso , però, sotto la sorveglianza degli stessi attori, che si volevano annientare. È un ritorno all’ordine precedente, quasi una restaurazione, a tutto vantaggio dell’ Iran.
E, intanto, il paesaggio umano reca le cicatrici di una violenza, che non si cancella con la firma di un documento. Migliaia di vite massacrate, città distrutte, generazioni sospese tra paura e disincanto. Il fragore delle armi lascia spazio a un silenzio più assordante: quello delle assenze, di coloro che nel conflitto hanno perso la vita, soprattutto donne e bambini.
Nel resto della regione, i conflitti collaterali continuano a covare, come brace sotto la cenere, alimentando un senso di precarietà, che nessuna tregua temporanea può dissolvere. E, soprattutto , aleggia ancora lo spettro, mai del tutto allontanato, di un’escalation irreversibile, capace di trascinare l’ umanità intera in un baratro senza ritorno.
Così, mentre i proclami celebrano vittorie immaginarie, la storia annota un’altra verità: quella di un equilibrio immutato, ricomposto dopo la tempesta, ma a costo di un dolore, che si sedimenta nella memoria collettiva. E nel teatro del mondo restano impressi i ruoli di chi ha acceso la miccia, di chi ha resistito, di chi ha esitato fino a smarrire la propria voce e di chi, nel gioco delle convenienze, ha scelto il silenzio della complicità.
Tutto cambia, quindi, ma tutto resta esattamente allo stesso modo.Sotto questa apparente immobilità, qualcosa si incrina: la fiducia, forse o l’illusione che la guerra possa mai davvero concludersi senza lasciare dietro di sé un’eco destinata a durare ben oltre il cessare delle armi.

