Un silenzio inaccettabile, mentre a Gaza continua a consumarsi il peggior genocidio dell’ epoca contemporanea
Lucia Lucente

Vi sono momenti, nella storia dell’ umanità, in cui il silenzio smette di essere prudenza e diviene complicità; un punto in cui la diplomazia, privata della giustizia, si trasforma in liturgia vuota, in gesto burocratico privo di anima. L’Europa sembra vivere tale epoca crepuscolare: non più faro morale, ma edificio decrepito, che osserva l’orrore con lo sguardo stanco delle potenze decadenti.
Non è nelle sanzioni, timide come foglie d’autunno trascinate dal vento, che si misura il dramma morale europeo. La vera disfatta risiede nell’incapacità di pronunciare parole chiare davanti all’abisso; nell’aver sostituito la coscienza con il calcolo geopolitico; nell’aver permesso che il diritto internazionale fosse continuamente calpestato ed esibito soltanto, allorquando conviene agli equilibri del potere.

Mentre nella Striscia di Gaza si consuma uno dei peggiori drammi dell’ epoca contemporanea e fame, macerie e disperazione, fanno da padroni, l’Europa continua a parlare una lingua vuota, senz’anima, fatta di formule diplomatiche e condanne calibrate con la precisione glaciale dei notai dell’inerzia. Eppure, vi sono immagini, trasmesse ripetutamente, che mostrano bambini ridotti alla fame e alla sete sotto cieli anneriti dal fumo, famiglie costrette a vivere fra cemento sbriciolato e rifiuti, ospedali trasformati in anticamere della morte, corpi senza nome affidati alla polvere.
La tragedia non è soltanto umanitaria; è metafisica. È il crollo dell’idea stessa di Europa come spazio morale edificato sulle rovine del Novecento, sulle ceneri dei genocidi e delle guerre totali. Quel continente, che aveva giurato di fare della dignità umana la propria ara, oggi appare incapace di difendere persino il linguaggio della pietà.
I governanti europei sembrano marionette in teatri di cartapesta, intenti a custodire alleanze e convenienze, mentre, al di là del loro traballante palcoscenico, si leva il grido di un popolo intrappolato. Non vi è fermezza nelle loro parole, non vi è indignazione autentica, non vi è il coraggio politico di opporsi apertamente a una devastazione, che ha assunto proporzioni catastrofiche. . E quando il potere israeliano risponde alle deboli critiche, con arroganza e scherno, l’Europa abbassa, ancora una volta, lo sguardo, come un nobile decaduto, incapace di difendere la propria intima essenza.
Così il continente, che, un tempo, pretendeva di insegnare al mondo i princìpi del diritto e della civiltà, appare, oggi smarrito nella propria irrilevanza etica.
In questo scenario, le figure dominanti della politica occidentale assumono contorni quasi tragici: uomini, che governano attraverso la forza, l’intimidazione, l’ossessione bellica, alimentando un ordine internazionale fondato, non sulla giustizia, bensi’ sulla supremazia. Attorno a loro, l’Europa non si erge come coscienza critica, ma come eco distante e remissiva.
Ecco, dunque, il vero naufragio: non soltanto il fallimento della politica, ma l’erosione dell’anima europea. Perché una civiltà non muore, quando perde ricchezza o influenza; muore, quando smette di riconoscere l’umanità nel volto dell’altro. Muore quando il dolore dei bambini diviene statistica, quando le città distrutte diventano rumore di fondo, quando il sangue versato non riesce più a scalfire le coscienze.
Forse il giudizio più severo non verrà dai tribunali della storia, ma dalla memoria dei popoli, da quella memoria ostinata che, come il mare contro gli scogli, torna sempre a chiedere conto del silenzio dei potenti e dell’indifferenza delle nazioni.

