Ancora “illacrimate sepolture”nel Mediterraneo
Lucia Lucente


Nel giorno in cui si inneggiava alla rinascita e alla speranza, c’ era chi evocava distruzione e chi la subiva senza voce. Mentre l’ onnipotente Donald Trump, faceva dichiarazioni intrise di furia e minacce verso l’Iran, tingendo il linguaggio politico di toni apocalittici, nel cuore pulsante del Mediterraneo si compiva una tragedia silenziosa e reiterata.
Esattamente nel Canale di Sicilia, a pochi passi dalle coste europee, una settantina di vite perivano nell’ indifferenza più totale , inghiottite da quell’acqua, che è divenuta, negli anni, un immenso sacrario anonimo. Una contabilità crudele, ormai cristallizzata in cifre, che sfiorano le decine di migliaia, testimonia una disfatta morale, prima ancora che politica.
E così, mentre dalle tribune del potere si invocano castighi e si promettono inferni terreni, centinaia di uomini e donne affidano a una dimensione trascendente l’ultima, fragile speranza: approdare su una riva, che non sia ostile, su un lembo di mondo capace di garantire una pur minima speranza. Due mondi inconciliabili si fronteggiano: quello di chi dispone della forza e la esercita senza pudore e quello di chi, spogliato di tutto, conserva appena la fede nel possibile.
Figure come Trump e Netanyahu contribuiscono a un coro globale, in cui l’ arroganza non è più dissimulata, ma esibita con fierezza, quasi fosse una virtù. Nelle loro parole riecheggiano caricature grottesche, simili a quelle dei tiranni del passato, ma ancora più ridicole nelle loro manie di onnipotenza.

In questo scenario, la coscienza collettiva appare paralizzata, schiacciata dal senso di impotenza di fronte a dinamiche, che sembrano inevitabili. Si proclama la necessità di resistere, di custodire un’umanità residua e, tuttavia, ogni tentativo di opposizione si dissolve, incapace di incidere su un ordine consolidato e autoreferenziale.
Ed allora, come suggeriva David Foster Wallace, in una celebre allegoria, il vero nodo risiede nell’invisibilità dell’ambiente in cui viviamo. L’“acqua” in cui siamo immersi — quell’intreccio di consuetudini, interessi e strutture economiche — è divenuta talmente invasiva da essere scambiata per natura stessa.
È in questa “normalizzazione “che l’ingiustizia ha mutato forma: da problema da affrontare a sistema da perpetuare. Finché tale contesto resterà occulto agli occhi di chi lo abita, ogni slancio etico rischierà di tradursi in mera retorica, ogni indignazione in gesto privo di conseguenze.