Fenomeni sempre più devastanti flagellano il pianeta
Lucia Lucente
L’uomo, con le sue manie di onnipotenza, diviene improvvisamente piccolo, quando la Natura decide di manifestare la propria forza primigenia. Basta un’onda più alta, una pioggia battente, un vento impetuoso, perché l’illusione del dominio umano si dissolva come neve al sole. I recenti accadimenti, che hanno colpito la Calabria, la Sicilia e altre regioni del Sud ne sono l’ennesima, drammatica testimonianza.
In questi territori, sospesi tra terra e mare, dove l’ amenità del paesaggio convive, da sempre, con la fragilità del territorio, la Natura ha imposto il suo indiscusso volere. Fiumi gonfiati oltre ogni misura, colline che cedono, litorali e entroterra divorati da un mare impazzito…Scenari apocalittici, che raccontano, con crudezza, quanto l’uomo sia, in fondo, ospite e non padrone del mondo. Le certezze si sgretolano di fronte alla furia delle acque, capaci di travolgere strade, case, vite.
Eppure il mare, protagonista di molte di queste tragedie, non è soltanto distruzione. Da sempre, intrattiene con l’uomo un rapporto ambiguo: fonte di sostentamento, via di scambio, orizzonte di sogni e di partenze, ma anche abisso di paure e di naufragi. È un legame fatto di attrazione e timore, di rispetto, spesso, dimenticato. Quando il mare si ribella, sembra ricordarci che la sua apparente bontà è solo una tregua concessa, non una resa.
Le manie umane di onnipotenza, alimentate da progresso tecnologico e crescita incontrollata, mostrano tutta la loro inconsistenza di fronte a fenomeni, che sfuggono a ogni presunzione di controllo totale. L’uomo misura, calcola, prevede; ma la Natura, con il suo linguaggio antico e imprevedibile, continua a parlare un’altra lingua, fatta di equilibri sottili e di improvvisi squilibri. Quando questi si spezzano, il prezzo da pagare è alto, e, sovente, ricade su chi meno ha contribuito allo strappo.
I fenomeni estremi, un tempo percepiti come eccezioni, stanno diventando una inquietante consuetudine. Piogge torrenziali, mareggiate violente, frane e alluvioni scandiscono, ormai, con ritmo quasi stagionale, il calendario delle emergenze. Non si tratta più di eventi isolati, ma di segnali insistenti di un sistema che reagisce alle ferite inflittegli. La Natura non punisce per vendetta: risponde, semplicemente, alle leggi che la governano, leggi che l’uomo ha, troppo a lungo, ignorato o voluto piegare ai propri interessi immediati.
In Calabria e in Sicilia, come in molte altre parti del mondo, il dolore delle comunità colpite si intreccia a una domanda più profonda: fino a quando continueremo a confondere il progresso con la sopraffazione? Forse, è giunto il tempo di abbandonare l’illusione di essere onnipotenti e di riscoprirci parte di un tutto più grande, fragile e magnifico al tempo stesso.
Solo riconoscendo la nostra misura reale, accettando la lezione di umiltà che la Natura, talvolta con voce terribile, ci impartisce, potremo sperare di ristabilire l’ equilibrio. Un equilibrio fatto non di dominio, ma di ascolto; non di sfida, ma di rispetto, in quanto, davanti all’infuriare degli elementi, l’uomo non è un dio caduto, ma, semplicemente, un essere chiamato a ricordare la propria finitezza.


