Pantaleone Sergi, ex inviato speciale del quotidiano “La Repubblica” e fondatore-direttore del “Quotidiano della Calabria”, torna in libreria con “Rosso podestà” (Pellegrini, 2026, pp. 382, euro 18,00), un nuovo capitolo della saga di Mambrici, la sua Macondo. Il romanzo – un viaggio nel cuore del Novecento calabrese, tra realismo, memoria e fantasia narrativa – racconta l’ascesa e la caduta di Pepè Pellicari, figura tragica e contraddittoria, controversa e irrisolta, la cui parabola politica e umana diventa metafora di un’illusione collettiva: quella “rossa”, nata fragile e destinata a infrangersi contro la realtà di un paese del Sud nella prima metà del Novecento.
La storia prende avvio dal terremoto che trasformò Mambrici in “terrapiana”, già al centro del pluripremiato “Liberandisdòmini”. Due fratelli orfani, sopravvissuti al crollo dell’Ospizio di Carità, vengono adottati da una ricca crocerossina padovana e, dopo la Grande Guerra, tornano al paese natale vivendo di rendita. Tra loro c’è Pepè,: scapestrato, sfortunato in amore, affascinato da Mussolini e fondatore del fascio locale. Dopo un periodo in Eritrea è nominato podestà. Troverà solo all’inizio della seconda guerra mondiale una via di riscatto dalla sua mediocrità grazie alla moglie Alma, donna forte e combattiva che lo spingerà a schierarsi dalla parte del proletariato fino a ottenere la candidatura comunista alla Camera. Ma il suo destino sarà segnato da una violenza che travolge lui e un’intera epoca.
Con “Rosso podestà”, Sergi costruisce un affresco potente, in cui la grande storia si intreccia alle vicende di un piccolo paese. La lingua, nutrita da un realismo “descrittivo” e da tocchi dialettali mai invasivi, restituisce un mondo vivo, sospeso tra memoria, invenzione e identità collettiva. Un romanzo che amplia e approfondisce l’universo narrativo inaugurato con “Liberandisdomini” e proseguito con “Il giudice, sua madre e il basilisco”.

