Le guerre evocano forze difficili da controllare
Lucia Lucente

L’ epoca contemporanea è contrassegnata da un’ allarmante inquietudine non dovuta al fatto che nel mondo esistano ancora regimi autoritari, capaci di opprimere e reprimere il proprio popolo: quello è un incubo secolare, che, da sempre, tormenta l’ umanità . Ciò che, oggi, appare più inquietante è la progressiva “normalizzazione” della guerra anche nel discorso pubblico delle democrazie.
Il conflitto armato viene evocato con una facilità, impensabile fino ad alcuni decenni fa. Si discute di operazioni militari, di equilibri strategici, di mosse tattiche, come se si parlasse di economia o partite di calcio.
La guerra, nel racconto mediatico e politico, assume, così, un volto quasi tecnico, un meccanismo razionale, pianificato, governato da strategie e tecnologie avanzate. Sembra qualcosa che appartiene a mappe digitali, satelliti e sale operative, lontano dalla vita concreta delle persone.
Eppure la realtà è diversa, sempre la stessa verità brutale: la guerra è fatta di esseri umani tormentati, massacrati, che perdono tutto, in primis la vita. Non è un’astrazione. È il crollo di case abitate, il silenzio improvviso delle scuole, la fuga di famiglie, che abbandonano ciò che hanno costruito in una vita, di bambini mutilati, violentati, affamati, denutriti e malnutriti, uccisi per” garantire la pace” Quale pace? Quella della prepotenza, della tracotanza, del
predominio del debole sul più forte, della violazione dei più elementari diritti?
Ogni conflitto lascia dietro di sé città devastate e comunità lacerate, ma, soprattutto, ferite invisibili: traumi, rancori, paure, che si trasmettono nel tempo e che, spesso, preparano nuove spirali di violenza. Le vittime diventano numeri, le città distrutte semplici punti su una mappa, le sofferenze collettive una nota a margine nelle analisi geopolitiche.
Naturalmente, nessuno prova nostalgia per i regimi oppressivi, che, ancora oggi, governano alcuni Paesi. La libertà non germoglia, però , nel terreno impervio dell’ indifferenza verso il prezzo umano dei conflitti e , soprattutto, nessuno può arrogarsi il diritto di essere “ il
gendarme del mondo”!
La storia insegna che le guerre, anche quando intraprese con motivazioni dichiarate come giuste, liberano forze difficili da controllare. Producono instabilità, alimentano nuovi rancori e, sovente, colpiscono proprio le popolazioni, che si diceva di voler aiutare.
Il problema più serio, tuttavia, è l’ insensibilità con cui affrontiamo l’ argomento , a meno che non si tema di essere coinvolti, in maniera diretta, nel conflitto.
Quando la guerra diventa un argomento di routine nei talk show, quando se ne discute con la stessa superficialità di una strategia economica o di una competizione sportiva, qualcosa si incrina nella coscienza pubblica. È come se la violenza organizzata iniziasse a essere percepita come una componente inevitabile dell’ordine mondiale.
Questo processo produce una forma pericolosa di assuefazione morale. Ci abituiamo lentamente all’idea che le bombe possano essere uno strumento ordinario della politica, che la distruzione di città e comunità possa essere giustificata da equilibri strategici o interessi nazionali.
Ed è proprio questa “normalizzazione”della violenza il segnale più inquietante del nostro tempo.
Le bombe producono macerie e distruzione; l’ assuefazione riduce in cenere la “ pietas”, l’ amore verso gli altri, la solidarietà.
Quando quella sensibilità si affievolisce, quando la sofferenza altrui diventa una notizia tra le tante, una civiltà smarrisce la coscienza etica.
Per questo la questione non riguarda soltanto le strategie geopolitiche o gli equilibri tra potenze. Riguarda il modo in cui scegliamo di parlare della guerra, il linguaggio con cui la descriviamo, la consapevolezza con cui guardiamo alle sue conseguenze.
Ricordare significa non dimenticare mai che, dietro ogni decisione militare, si nasconde una catena di vite spezzate e di ferite destinate a durare molto più a lungo delle operazioni , che le hanno provocate.
Quando , infatti, una società comincia ad accettare la violenza come normale amministrazione, non sono soltanto le città a rischiare di essere distrutte. È la coscienza stessa del nostro tempo che si sta, irrimediabilmente, smarrendo.

