Palestina, apartheid e atteggiamento dell’Occidente
Lucia Lucente

Vi sono stagioni, nella storia dell’ umanità, in cui il silenzio diventa più assordante di qualsiasi proclama. Il silenzio, allora, cessa di essere cautela e si trasforma in posizione. Non è più equilibrio, ma scelta. È in questo dimensione di colpevolezza che, oggi, si colloca l’atteggiamento di molti governi europei, Italia in primis, di fronte a una denuncia, che non nasce dalla propaganda né dall’indignazione popolare, bensì dal più importante organismo internazionale: le Nazioni Unite.
Nei territori palestinesi occupati, ciò che si verifica, da anni, non è una semplice occupazione militare, ma un assetto di dominio che l’ONU definisce, con rigore giuridico e senza infingimenti, come un sistema di apartheid. L’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, ha indicato, con chiarezza, la strada: smantellare gli insediamenti illegali, porre fine all’occupazione, riconoscere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Frasi che non ammettono ambiguità, né scorciatoie lessicali.
E tuttavia, davanti a questa denuncia ben precisa, il governo italiano non commenta! Un silenzio che, nello scacchiere internazionale, equivale, sovente, a una forma di consenso. Tacere, quando il diritto viene violato, in modo sistematico, significa accettare che la legalità internazionale sia un principio flessibile, da rispolverare, allorquando non disturba gli equilibri di potere.
In Cisgiordania, la vita palestinese è compressa dentro un meccanismo di spoliazione quotidiana. La violenza dei coloni, raramente perseguita, si abbatte sulle comunità con una regolarità, divenuta “ normalità”. L’acqua, bene primario, è razionata e controllata; la terra è sottratta, frammentata, resa inaccessibile; l’accesso alle cure e all’istruzione è ostacolato da barriere fisiche e amministrative. Ogni spostamento diventa un privilegio, ogni viaggio una concessione.


A tutto questo si aggiunge lo smantellamento dello stato di diritto. Uomini e donne sono privati della libertà senza accuse formali, senza processi, senza difesa. La detenzione amministrativa sospende il tempo e la giustizia. Altri sono sottoposti a una sorveglianza tecnologica permanente, trasformati in corpi monitorati, tracciabili, controllabili. Il pretesto è garantire la sicurezza; la realtà è un controllo coloniale, sofisticato e capillare.
Nel frattempo, le colonie continuano a espandersi, in aperta violazione del diritto internazionale e ciò che emerge non è una prospettiva di convivenza, ma una mappa di enclavi isolate, di spazi chiusi, di comunità confinate. Non una terra condivisa, ma un sistema di separazione permanente.
A questo punto, la questione non è più retorica, ma profondamente politica: da che parte sta l’Italia? Con l’ordine giuridico internazionale, che proclama di difendere o con chi lo svuota di senso? Con i diritti umani, invocati come valori universali o con una diplomazia, che li sacrifica alla convenienza strategica?
Condannare l’apartheid è un obbligo, che discende dai trattati, dalla storia europea, dalla memoria delle conseguenze prodotte dall’indifferenza. È un dovere morale, prima ancora che politico, perché niente può giustificare la negazione sistematica della dignità umana.
Chi, oggi, tace, compie una scelta. Difatti, nell’ evolversi della storia, il silenzio, di fronte all’ingiustizia, non è mai neutro: è sempre una forma di schieramento e , troppo spesso, come insegna il passato, è dalla parte del
più potente.