Il canto dell’Altopiano e la memoria di Calabria
Lucia Lucente

In questi giorni l’altopiano silano ha ritrovato il suo antico splendore: lo scintillante manto nevoso, che pare voglia ricordare alla Calabria l’ amenità delle sue altezze e la profondità delle sue radici.
La nostra terra, troppo spesso confinata, nell’immaginario collettivo, alla sola dimensione marina, rivela, invece, la sua anima più intima e luminosa: una montagna viva, intrisa di una bellezza , che non chiede clamore per imporsi.
La recente nevicata non costituisce un semplice evento climatico.
È un messaggio, un invito, intriso di poesia, a riavvicinarci a quei luoghi, che, con una distrazione quasi colpevole, abbiamo lasciato ai margini della nostra quotidianità.
La frenesia del presente ci ha sottratto la capacità di salire anche solo poche curve per ritrovare quella quiete, che pervade i boschi, quell’aria pura e pungente, che stuzzica le narici, quella poesia unica delle nostre stupende montagne.
La Sila, vestita di bianco, sembra modulare un respiro diverso: lento, profondo, primordiale.
I laghi, specchi immobili, ridonano al cielo la sua luce più tersa; i pini giganti, immobili come colonne di un tempio, sorvegliano il silenzio, che tutto avvolge.
Poi vi sono gli insediamenti umani, i borghi sospesi tra memoria e modernità: case riscaldate da focolari antichi, legno che sprigiona l’ odore aspro, ma antico del fumo, finestre che rilasciano bagliori morbidi nelle sere invernali.
Sono quadri, che paiono tratti dalla letteratura più evocativa, non dalla geografia concreta di una regione, spesso poco valorizzata.
Eppure la neve non è solo poesia: è strategia, potenzialità, riscatto.
La Calabria, se vuole definirsi regione compiuta, deve imparare a valorizzare la totalità delle proprie stagioni.
La Sila, con i suoi tratturi, le sue stazioni sciistiche, le riserve naturali, i villaggi, che sembrano scolpiti da virtuosi scalpellini, possiede tutte le prerogative per divenire un polo turistico di respiro nazionale, se non oltre.
Serve, però, un atto collettivo di fede:
ricominciare a credere nella montagna,
tornare ad attraversarla, a narrarla, a mostrarla con lucidità e lungimiranza, in altre parole, a viverla!
E’ necessario chiamare chi non l’ha mai conosciuta a scoprirla; richiamare chi l’ha dimenticata a riconciliarsi con essa.La Sila, ornata dalla neve, non è soltanto un paesaggio: è una promessa;
la promessa che la Calabria può essere davvero la regione delle quattro stagioni, delle differenze, che si trasformano in valore, delle radici, che non intralciano il cammino, ma lo illuminano.
A chi può, si chieda un gesto semplice: ascendere verso quei boschi imbiancati e lasciare che sia la montagna a parlare, con la sua lingua antica e incisiva.
Solo allora si comprenderà che la Sila non va soltanto osservata: va “ assorbita” nello spirito.
La Calabria , difatti, quando osa guardare se stessa, senza timori né complessi, è uno dei luoghi più straordinari che l’Italia possa offrire al mondo.

